Chiese di Roma Rione Ripa San Giorgio in Velabro 

Questa chiesa,  situata dietro l'arco di Giano, è addossata e parzialmente ha incorporato al suo lato sinistro l'arco degli Argentari, eretto nel 204 in onore di Settimio Severo, di sua moglie Giulia Domna e dei figli Caracalla e Geta. L’arco fu fatto erigere dai cambiavalute e banchieri (argentarii) e dai mercanti del luogo, com'è esplicitamente dichiarato nell'iscrizione, nella quale evidenti cancellature e altre frasi sostituirono i nomi di Geta, figlio dell'imperatore, del prefetto del Pretorio Plauziano e della figlia Plautilla, moglie di Caracalla, dopo che tutti e tre furono fatti uccidere dallo stesso Caracalla. La chiesa fu costruita nel Velabrum, nome dato alla zona, dal latino  velus, cioè palude. È qui che la tradizione assegna il ritrovamento e l'adozione di Romolo e Remo da parte della «lupa» che altro non era se non una povera donna, che si prostituiva con i pastori del luogo; Acca Larentia avrebbe infatti frequentato la palude del Velabro. La chiesa risale forse al VI secolo sotto il brevissimo pontificato di Leone II, nel 750 il pontefice  greco Zaccaria fece  riedificare la chiesa  dai fondamenti in quanto era quasi distrutta, e ne mutò denominazione,  acquisì il nome di S. Giorgio: in quel periodo, infatti, il papa aveva fatto riportare dall'Oriente una preziosa reliquia, cioè il cranio del Santo, un soldato martirizzato e ucciso sotto l'impero di Diocleziano. Nel XIII secolo vi fu aggiunto il campanile romanico a quattro piani di trifore e il portico con quattro colonne a capitelli ionici. Nel Medioevo fu chiesa molto venerata proprio perché dedicata a san Giorgio; qui Cola di Rienzo presiedeva le funzioni religiose come rappresentante del Comune e per l'occupazione del Comune nel 1347 spiegò al vento la bandiera in cui è raffigurato san Giorgio che uccide il drago e con 100 uomini armati e una gran folla al seguito, occupò il Campidoglio e il palazzo del governo. L'assemblea popolare, come nell'antichità romana, elesse due tribuni: Raimondo d'Orvieto, vicario del pontefice, e lo stesso Cola di Rienzo, con maggiori poteri. Il criminale attentato dinamitardo del 1993 arrecò non pochi danni a questa splendida chiesa, che da allora è stata oggetto di un paziente lavoro di ristrutturazione e restauro.

L'interno è a tre navate spartite da colonne di spoglio, in granito e pavonazzetto, prive di basi e con capitelli ionici e corinzi (sec. VII). Nel presbiterio sopraelevato, altare maggiore costituito da lastra cosmatesca, ciborio con quattro colonne e architrave a mosaico, e terminazione a piramide tronca. Nel catino absidale, Cristo, la Vergine e i Ss. Giorgio, Pietro e Sebastiano, affreschi attribuiti a Pietro Cavallini ma con parziali rifacimenti cinquecenteschi.